Presse Italienne e CINQUE L’UNA
Il nuovo mondo rinascimentale dipinto da sussurri e suoni infinitamente delicati. L’ensemble a cappella “L’Una e Cinque” presenta una collezione di musica vocale laica del Rinascimento. Alla scoperta di un campo espressivo della voce, possibile  oggi grazie all’uso del  microfono e alla tecnologia Un bouquet di componimenti vocali del sedicesimo provenienti da Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Germania. Questi tipi di cd compilation sono rari nell’ambiente contemporaneo della musica antica, estremamente diversificato. Ciononostante, mentre inserisco il disco nel lettore penso che un tempo di registrazione di poco più di 33 minuti sia poco. Quando sento “La Sirena” di Gastoldi sono sorpreso positivamente dall’ improvviso benessere che mi comunica. Si tratterà forse di un trucco nell’arrangiamento? Vengon forse usati degli effetti speciali o un sintetizzatore? No, si tratta di “La Sirena” eseguita completamente a cappella. Ma allora in cosa differisce? Quella voce dolce simile a un sussurro non è propria nè dell’Opera, nè del Lied, nè dei vari stili vocali della musica antica e rinascimentale. Certo, questi cantanti hanno il microfono. No, non è l’espressione giusta. Questi cantanti proprio perchè usano il microfono come strumento musicale (e non solo come strumento di ripresa nella registrazione) , riescono ad esprimere le varie tonalità possibili della voce cantando “La Sirena”. Questi cantanti sono l’ensemble a cappella “L’Una e Cinque” di Torino. Non so che passato abbiano, ma da quando il gruppo si è formato nel 1995, hanno ricevuto vari premi indetti da Festival e Concorsi di musica jazz e pop. Comunque, il loro album che riprende brani vocali di musica laica del Rinascimento si intitola “The Renaissance Project”.   Ad ogni ascolto si assapora più profondamente. Si tratterà di una “nave nera” approdata dall’estero?*  Normalmente quando un gruppo di musica leggera vuole riprendere dei brani classici ne trasforma il linguaggio. Prendiamo Miles Davis e Gil Evans con la versione jazz del “Concerto di Aranjuez” e Emerson Lake and Palmer con “Quadri di un’esposizione (Pictures at an Exhibition)” in versione Progressive Rock. E se volessimo elencare i gruppi pop che, a partire da Ayaka Hirahara con “JUPITER”, hanno preso in prestito i grandi nomi di opere classiche, non finiremmo più di contarli. Ma l’approccio di “L’Una e Cinque” è diverso da tutti questi. Loro partono dal concetto di fedeltà al brano originale e ne accentuano  “l’espressione attraverso il microfono”, e l’aspetto del brano cambia completamente. Questo prodotto della tecnologia del ventesimo secolo che è il microfono non serve solo ad aumentare il volume dei suoni prodotti o a tradurli in registrazioni. Si tratta di un magico strumento che inserisce naturalmente nel territorio dell’espressività della voce una commistione di sussurri, mormorii e suoni non vocalici che arriva all’orecchio del pubblico. Sfruttando quest’arma i “L’Una e Cinque” limitano al minimo la trasformazione del linguaggio e ci permettono con le loro tecniche vocali di scoprire un mondo nuovo di suoni. Dal canto lirico del brano “Belle qui tiens ma vie“ di Tabouret, allo spiritoso cambiamento veloce del finale. In “Tourdion” di Attaignant si intesse l’intrico delle varie particolarità di ogni voce e in “Pastime with good company“ di Enrico VIII, c’è un inizio vocalico che imita un concerto di fiati e poi si aggiunge una voce femminile simile a quella di Alanis Morisette sullo sfondo. Nella seconda parte dell’album spicca il ritmo pacato e quel richiamo dai toni soul a metà di “Vezzosette ninfe” di Gastoldi è come se segnasse la svolta. Inoltre non si può ignorare “Todo quanto pudo dar” di Guerrero, che grazie alla lieve enfasi con cui viene eseguito, risulta un canto dai toni gospel. Al di là della musica classica, le espressioni vocali sono molto intense. Si tratta di un album di qualità, che nonostante l’aria di musica da sottofondo, ad ogni ascolto si assapora più profondamente (mi rammarico del fatto che non ci siano le traduzioni in Giapponese dei testi). Secondo me insieme a ”Songs From The Labyrinth” di Sting si tratta di una “nave nera” approdata in Giappone dall’estero che andando oltre la musica classica, porta in grembo una questione importante. Voi che ne pensate? * “Navi nere” era il nome che i Giapponesi davano tra il XVesimo e il XIXesimo secolo alle navi occidentali. In tempi recenti indicano le quattro navi statunitensi del commodoro Matthew Perry che nel 1853 approdarono in Giappone, forzando il Paese che fino ad allora era rimasto chiuso, a grossi mutamenti. Simboleggiano tutti i trend e i prodotti occidentali che arrivano in Giappone e attecchiscono causando cambiamenti radicali. Takaki Yazawa
Traduzione dell’articolo apparso su RECORD GEIJUTSU (L'arte del disco) – autorevole rivista giapponese di musica classica e recensioni discografiche che ha presentato l'album The Renaissance Project tra i "Dischi del Mese" di Settembre 2008
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